22 novembre 2014

Libera.

No so davvero cosa sia a parlare stasera, se tutto l'alcol che mi è entrato in corpo tra ieri e oggi, oppure la stanchezza, oppure quella scarica di adrenalina che ho sempre dopo le giornate come queste. Sono libera. Si, è così che mi sento stasera, libera. È quello che ho realizzato di essere. Libera. Ed è la sensazione più dolce, la consapevolezza più elettrizzante che io abbia mai provato dopo tutto quello che è successo un anno fa. Di emozioni ne ho passate tante da quel giorno, prima la sensazione di non farcela, la forza per reagire che mi mancava, poi quella rabbia assurda che mi ha spinto a risollevarmi, l'orgoglio, la assoluta fede che sono riuscita a riporre su me stessa. E ho reagito. E se all'inizio mi sforzavo soltanto di non sentire niente, poi ho desiderato continuare a stare male perché stare male mi dava forza, ora ho la consapevolezza più bella di tutte, quella di essere più felice di prima, quella di essere riuscita non solo a tornare a stare bene ma anche a stare meglio di prima. Più felice di prima, più forte di prima. E libera. Maledettamente meravogliosamente libera e padrona delle mie decisioni. Per cui ora non solo sono felice e fiera di come ho reagito sono anche orgogliosa di come ho imparato a fare le cose per me stessa e solo per me stessa. E sono libera. E sto bene, cazzo io sto schifosamente bene ora.

11 novembre 2014

Vuoto.

Stasera ho passato mezz'ora da sola in macchina, in silenzio. Sono rimasta seduta li senza preoccuparmi del tempo che scorreva, senza preoccuparmi di dove fossi, di cosa succedesse attorno. Vorrei poter dire di aver pensato, di aver riflettuto, magari di aver pianto. Vorrei poter dire che stare li ferma immobile in silenzio mi sia servito a qualcosa. Ma non è così.
Avevo il vuoto dentro la testa, un vuoto spaventoso. Restavo li senza riuscire a focalizzare la mia mente su un pensiero, almeno uno che potesse spiegarmi perché ero quella mia situazione, ma no, nemmeno un pensiero. Il vuoto. 
Sono rimasta ferma per mezz'ora li seduta in balia di una sensazione di sconforto, disagio, inadeguatezza e frustrazione senza riuscire ad affrontarla in nessun modo, ne ad uscirne, ne a focalizzarne le cause a buttarmici dentro. E più vuota mi sembrava la testa più sentivo che restare li immobile era la cosa giusta. Più non riuscivo a pensare, ad agire, reqgire soprattutto.

Poi di punto in bianco ho acceso il motore e sono tornata a casa. Quasi non ricordo come ci sono arrivata, sono andata in automatico. Davanti a casa ho spento il motore ma non sono riuscita ad uscire. È ripiombato il silenzio. E sono rimasta li ancora, nemmeno so per quanto.

Lasciati scivolare addosso tutto, non ascoltare.
Fregatene di quello che dicono, sii più forte di loro.
Dimentica ciò che vedi e senti e vai avanti.
Tutti parlano credendosi migliori, tu fregatene, sii superiore.

Nella vita non ho mai desiderato altro se non essere forte. Essere quella forte. Quella che non molla, che non si fa piegare e scalfire da niente, che incassa i colpi come se nulla fosse. Quella che se ne frega perché è capace di fregarsene, quella che non vedrai mai abbattuta, quella che punta sempre in alto e riesce a non cadere mai. Si, sono sempre voluta essere questo, ho finto di esserlo all'inizio, ora in gran parte credo di essere diventata questo.

Ma doversi nascondere ogni volta che crollo, essere circondata da così tante persone da non riuscire a badare a tutti ma non avere nessuno da cui avrei il coraggio di non nascondermi. Non avere nessuno da abbracciare e sentire che quell'abbraccio mi serve davvero, uno di quegli abbracci che un po' alleggeriscono l'anima, anche senza dire niente. 

E questo mi manca, stasera mi manca.
Stasera chiusa in macchina mi sono resa conto di poter soltanto aspettare che tutto passasse da solo, che la mia testa vuota tornasse normale, che quella orribile sensazione sparisse. Perché così funzione, dopo un po' torna tutto normale. Come quando ti ammali, quando stai male e non vedi l'ora che passi per otrnare quello di prima. Poi fuarisci e subito dopo ti dimentichi quanto è stato brutto stare male, perché stai di nuovo bene, che importa. 

Devo solo aspettare. Tornare in me. Devo solo aspettare di rileggere questo post sentendomi ridicola ad averlo scritto, allora sarà passato tutto. E non sentirò più il bisogno di un abbraccio, tornerà ad infastidirmi anche solo l'idea di aprirmi con le persone, non sentirò più nemmeno il bisogno di quello.

La breccia che stasera mi si è aperta si richiuderà.

15 settembre 2014

Non voglio mai più sentirmi così

C'è una cosa che ripeto continuamente, ossessivamente, dolorosamente a me stessa.

Non voglio mai più sentirmi così.

Ho perso il conto di tutte le volte che nella mia testa me lo sono ripetuto, per spronarmi a rialzarmi, a reagire, a cambiare. Non voglio mai più sentirmi così. Così stupida, così indifesa, così patetica, così mediocre, inadatta, goffa e fuori luogo. Mai più. Ma se sono costretta a ripetermelo così spesso, così insistentemente, così tante volte, è perchè in fondo ancora non sono riuscita a rispettare la promessa che mi faccio dopo ogni brutta caduta, dopo ogni delusione, dopo ogni volta in cui tutta la mia autostima si sgretola di fronte alla mia palese inadeguatezza, il mio non essere all'altezza, il mio non riuscire mai ad arrivare in alto quanto vorrei. Questa sensazione, questa consapevolezza di essere ciò che sono è il peso più grande che mi porto dietro. Non voglio mai più sentirmi così. So che devo cambiare, cosa ancora più importante so cosa e come devo farlo. Ma non ci riesco, sistematicamwnte non ci riesco, non trovo la forza e resto sempre li. Me la cavo, non brillo mai. Non sono mai una vincente, la migliore, me la cavo. E tutta l'ambizione e il desiderio di riuscire mi distrugge quando mi scontro con la realtà. Ed è la sensazione più frustrante e sconfortante che io abbia mai provato. Sono solo un pezzo di vetro, magari levigato dal mare, lucente, magari agli occhi di qualche stolto posso anche sembrare preziosa ma sempre un coccio di bottiglia resto. E ne sono consapevole. Ed è questa consapevolezza la cosa più difficile da sopportare. 

Non voglio mai più sentirmi così.

8 settembre 2014

Il mio congedo #2

Chi ha veramente qualcosa da dire, chi davvero sa cosa dire, non ha mai bisogno di alzare la voce. Chi ha completa fiducia nelle sue competenze e nelle sue capacità non ha bisogno di crearsi ridicoli personaggi per avere autorevolezza e rispetto. Chi si sente davvero realizzato ed è soddisfatto e gratificato da ciò che fa nella vita e da ciò che è riuscito a realizzare non ha bisogno di denigrare gli altri per spiccare. Chi davvero è degno di rispetto nutre lo stesso rispetto nei confronti di tutti.

Chi invece si infiamma, grida, si atteggia, provoca e offende lo fa per mascherare la sua enorme frustrazione, la sua profonda insicurezza e la sua consapevolezza di essere soltanto un pezzo di vetro in mezzo a diamanti. Chi è infastidito dal trovarsi davanti persone che stanno lavorando per crearsi un futuro, chi manca di rispetto e cerca di svilire e mettere in difficoltà in tutti i modi queste persone, è proprio chi in loro vede tutte le possibilità, le opportunità e le speranze che lui non ha più. Perchè la sua sterile ridicola e simbolica posizione, che forse agli occhi dei più lo potrebbe far sembrare realizzato, non gli ha in realtà fortnito nessuna respettabilità ne tantomeno stime da parte di chi lo circonda e chi ha più influenza fra di lui.

L'unico modo per continuare a mentire a se stessi, l'unico modo per sentirsi ancora autorevoli e importanti, è sfogare le proprie frustrazioni su chi non può ribellarsi, su chi non può rispondere. Facile quanto vincere una discussione contro la propria immagine riflessa nello specchio. Ma il fatto che non possiamo parlare di certo non ci impedisce di pensare, non ci impedisce di guardarvi con compatimento e vedere soltanto un branco di mezzi falliti arroccati nella loro posizione che si scaldano e si affannano in modo ridicolo per apparire rispettabili. Il timore è la forma di rispetto che sinutre verso i deboli, l'unica forma di rispetto che voi abbiate mai ottenuto.

Poi c'è il rispetto fondato sulla stima. Ma voi nemmeno sapete cosa sia.

Vorrei tanto poteste vedervi anche solo per un attimo con i miei occhi. Vorrei che sapeste quanto ridicoli mi sembrate, quanta pena mi fate. Io oggi finalmente ho superato un ostacolo e vado avanti, vado avanti e posso permettermi di immaginare, di ambire, di desiderare, di invidiare e cercare di andare avanti ancora più forte, sognare più forte, puntare più su.

E saprò sempr dove trovarvi. Perchè invece voi rimarrete sempre li.

Bou bou, goodbye.

28 luglio 2014

Non ti ricordi di noi?

La stanza era buia ad eccezione di una lampada dalla luce fredda puntata direttamente sulla scrivania che creava un cono più chiaro attorno all'uomo che ci era seduto davanti e ai fogli che stava minuziosamente riesaminando. Le sue dita scorrevano silenziose sulle parole stampate cercando morbosamente una traccia, un qualsiasi appiglio che potesse aiutarlo a togliersi dalla situazione di stallo in cui si trovava da settimane con quel caso. La carta era ormai sgualcita e aveva delle piccole fossette nelle zone in cui l'uomo aveva esitato con le dita per leggere con più attenzione, sempre le stesse frasi, sempre allo stesso punto. Le parole in quelle righe stampate si erano sbavate a furia di essere ripercorse, rilette, rimuginate. Nulla. Bradley chiuse di quasi di scatto il fascicolo spazientito, aveva raggiunto il suo limite, come ogni sera. Si passò vigorosamente una mano tremante sulla fronte sospirando. Cosa diavolo gli sfuggiva? Cosa? Perché il suo intuito lo tradiva proprio in quel momento? Aveva forse davvero prerso la lucidità come mille volte gli aveva ripetuto Holstein? No, non poteva essere, lui era lucido, lo era, era ancora in grado di fare il suo lavoro. Doveva esserlo, almeno fino alla chiusura del caso Scott. Era troppo importante per lui. Dannazione! bisbigliò a denti stretti spattendo violentemente il pugno sul fascicolo. Il rumore che rimbombò nella stanza lo scosse fino a risvegliarlo da quella specie di stato di trans in cui piombava quando si concentrava troppo sul suo lavoro. Si allontanò dalla scrivania facendo scorrere indietro la sedia, poi lentamente si alzò in piedi respirando profondamente e si mise vicino alla finestra a scrutare la pioggia che colpiva i vetri. Di scatto la porta si aprì alle sue spalle. Holtstein entrò quasi di corsa nell'ufficio e dovette esitare un attimo guardandosi attorno per abituarsi al buio della stanza prima di riuscire a scorgere la figura scura di Bradley avvolta nel suo completo nero elegante che si era allontanata dall'unica fonte di luce della stanza. Stai bene? Chiese Holtstein quasi trafelato. Bradley si voltò verso di lui lentamente, lo sguardo inespressivo perso nel buio. Ma certo. Disse pacatamente Perchè? Cosa pensavi? Che quel rumore fosse lo scoppio di un proiettile che mi ero appena sparato in testa? Holstein incrociò lo sguardo di Bradley, ora lo stava stranamente guardando con aria di sfida. Non scherzare su questo. Disse con voce seria, quasi di rimprovero. Lo sai che sono preoccupato per te. Ne abbiamo già parlato. Bradley si cinse le spalle e si voltò di nuovo lentamente verso la finestra. Abbiamo anche già parlato del fatto che non ti devi preoccupare, ho tutto sotto controllo. Holstein sospirò e lo guardò con apprensione. Davvero? Beh a me non sembra. Sei sempre stato ossessionato ai limiti del maniacale dal tuo lavoro ma almeno finchè c'era Kelly Foster avevi un motivo per uscire di qui almeno per un po' ora...ogni santo giorno io vengo al lavoro e ti trovo qui, a qualsiasi ora io arrivi sei sempre qui, sempre impeccabile con uno di quei dannati vestiti eleganti, sempre chiuso in questo ufficio che non ti degni nemmeno di illuminare a dovere! Quasi in un impeto d'ira Holstein si voltò verso la porta e tirò un pugno all'interruttore della luce. I neon dell'ufficio si accesero timidamente inondando la stanza di una luce fredda intermittente che ci mise un paio di minuti a stabilizzarsi. Il poliziotto socchiuse gli occhi infastidito e lanciò un'occhiataccia a Holstein. Cosa diavolo hai Bradley? Cosa ti ossessiona fino a questo punto? Lo capisci che non è normale? Non mangi, non dormi, non vedi nessuno da settimane! Tu non hai proprio per nulla il controllo della situazione! Bradley si voltò calmo e si rimise compostamente a sedere alla scrivania. Hai finito? disse pacato. Il tuo blaterare non fa che peggiorare il mio mal di testa. Holstein sospirò rassegnato e si mise a sedere alla scrivania di fronte al poliziotto. Greg per favore. Il suo sguardo apprensivo cercava di incrociare nel buio quello di Bradley ma l'uomo era intento a riordinare le sue carte. Le impilò tutte con cura e se le mise sotto braccio alzandosi in piedi. Dove stai andando? La voce dell'uomo era rassegnata e preoccupata al contempo. Ho un appuntamento. La stanza rimase silenziosa finché Bradley non si fu messo il soprabito e fu pronto per uscire. Non provare mai più a chiamarmi così. La porta batté bruscamente alle spalle di Holstein.

Nota: era da tanto tempo che per impegni vari avevo abbandonato Bradley. Ieri ero ispirata e è uscito questo...spero vi piaccia. Un saluto a tutti ;)

17 luglio 2014

Cambiare.

Ho sempre detestato le false modestie, quindi lo dico senza problemi, mi sono sempre ritenuta una persona mediamente intelligente, dalla mente più aperta della maggior parte delle persone, con un buon intuito e buone capacità nel relazionarsi con la gente. Sono ambiziosa, e anche questo a mio parere non è un male, metto tanta passione nelle cose che faccio, ma solo se quello che faccio mi appaga, mi entusiasma, mi prende a tal punto da non riuscire a dormire. E questo va già meno bene. Perché ogni volta che mi ritrovo ad affrontare qualcosa che non mi entusiasma ma che devo fare per dovere magari la faccio anche, ci arrivo in fondo più che dignitosamente, ma nel frattempo piombo nella più totale e schifosa apatia. E dato che non è così banale fare soltanto quello che mi entusiasma, anzi impossibile visto che la mia indole mi porta a stancarmi e annoiarmi inesorabilmente di tutto dopo poco tempo, la condizione di apatia e noia è la più stabile e duratura sensazione che provo.  La sensazione che mi fa sentire inadatta, frivola e patetica. Perché non riesco a prendere un impegno serio e a portarlo a termine con passione fino alla fine, o lo mollo a metà o lo finisco di mala voglia. E questo è il mio più grande difetto. E nonostante io cerchi di fare sempre e solo cose varie e sempre diverse, cose stimolanti piene di diverse possibilità, prima o poi ci ricado, finisco sempre per annoiarmi, per fare le cose per dovere e non perché mi piacciono. E io così vivo male, tutto comincia a starmi stretto e vorrei solo scappare, probabilmente se non ci fossero persone che hanno investito su di me e si aspettano qualcosa lo farei. Mollerei per tentare qualcos'altro, qualcos'altro di cui stancarmi e dover ricominciare da capo ogni volta, senza conseguenze, questo sarebbe il mio mondo ideale. Provare, sbagliare, mollare tutto e ricominciare, sbagliare, mollare, riprovare e mollare di nuovo. E ricominciare, sempre daccapo, ricominciare.

18 giugno 2014

Ritorno.

Ho sempre un po' di imbarazzo quando torno a scrivere dopo mesi di silenzio. Normalmente percorro sempre le stesse fasi. Prima resto per un po' intimorita a fissare la pagina bianca cercando di recuperare il filo del discorso, pensando al modo migliore per ripartire, per riassumere in poche righe i motivi per cui per tanto tempo non ho sentito il bisogno di scrivere qui. Poi passo alla fase in cui scribacchio qualche riga sconnessa per poi cancellarla subito dopo, la fase "sono fuori allenamento". Poi di norma viene il momento del "è davvero tanto tempo che non scrivo nulla". E questa fase di solito è la mia preferita ma anche la più difficile. Mi fa fermare un attimo e riflettere su quanto i giorni, le settimane e i mesi mi scivolino addosso velocemente senza che io me ne renda conto, ma mi fa pensare anche a come questo tempo, queste giornate che mi sembrano molto spesso iniziate e concluse senza lasciare traccia, in realtà siano difficili da ripercorrere e da spiegare perchè densi di vita, densi di cambiamenti singolarmente impercettibili ma che visti nel complesso mi fanno notare una differenza abissale fra la me di qualche mese fa e la me attuale. Anche la velocità in cui mi sembra di cambiare in questo periodo è vertiginosa fino quasi a spaventarmi. Ed ecco, ora sono appena piombata nella fase in cui mi fermo, rileggo ciò che ho scritto e mi rendo conto che come sempre i pensieri hanno preso il largo, come sempre, anche senza averlo programmato. Questo è il momento in cui capisco che per quanto io creda di non averne bisogno, magari per lunghi periodi davvero non ne senta il bisogno, scrivere, donare ogni volta a chi legge una piccola parte di me, sarà sempre l'unica cosa che mi farà stare bene.

[...] ecco cos'è tutto il mio stupore , non è facile guardare in faccia la traformazione. E' il mio corpo che cambia nella forma e nel colore, è in trasformazione, è una strana sensazione [..]

31 marzo 2014

Gravity #3


Con la partecipazione della mia Bea <3

Brenda, l'assistente della Foster, era terrorizzata. Se fino a quel momento si era evitata le parole dure di Bradley era solo perché era stata assegnata a Kelly, e tra lei e il capo c'era sempre stato il tacito accordo che lui, tutto quello che apparteneva a lei, non avrebbe dovuto toccarlo. Né guardarlo né sgridarlo. Né portarselo a letto. In quanto sua collaboratrice Kelly aveva dei privilegi, e Brenda con lei, ma quella sfuriata davanti a tutti poteva anche mettere in pericolo l'incolumità della nuova arrivata. Poco male, pensò Kelly, si sarebbe fatta le ossa. Solo che le dispiaceva, e le sarebbe dispiaciuto andarsene per lasciare quella timida ragazza da sola, in balia di se stessa. La guardò brevemente, senza dire niente, poi si mise a fissare Bradley con aria severa. Ma sei stupido? Lo aggredì, alzando lo sguardo infuocato su di lui, trattenendo le mani tremanti ancorate al microscopio. Stiamo cercando di lavorare qui dentro, se non te ne fossi accorto! Brenda si lasciò sfuggire un gemito, e con la coda dell'occhio la Foster poteva percepire che stava tremando. Vai a fare una pausa, Brenda. Le disse senza staccare gli occhi dal volto incavato di Gregory, continuando a tenergli testa. Aspettò che la ragazza uscisse, per andare a chiudere la porta che l'uomo aveva fatto sbattere. Cosa totalmente inutile, perché se voleva evitare che gli altri assistessero a quella scenata avrebbe dovuto oscurare le pareti in vetro. Tutti potevano vedere i due agenti che si urlavano addosso. Tutti. Vuoi punirmi per insubordinazione, adesso? Perché mi permetto di rimproverarti se tratti male i tuoi sottoposti? Scusa, hai ragione, questo non è un luogo di lavoro! E' il tuo parco giochi! Lo guardò ancora con freddezza, per poi ritornare alla sua postazione. Ora perdonami, ma ho molto lavoro da fare, come vedi. Quindi... Con un dito gli indicò la porta, e si rimise a guardare il campione di stoffa che stava analizzando come se fosse ciò che di più importante esisteva al mondo in quel momento, di certo più importante di Bradley che con quei gesti la stava supplicando di guardarlo e ascoltarlo. La sua apparente totale indifferenza diventava per l'uomo ogni istante più insopportabile. Kelly... disse quasi ansimando tentando mi mantenere un tono controllato. Lei non rispose. Gli occhi gli si infiammarono, li chiuse e respirò profondamente imponendosi di non piangere. Li riaprì stancamente e si avvicinò lentamente alla donna fino a sentirne il profumo. Kelly ti prego guardami. Il suo tono era sempre più nervoso e impaziente. Non ricevete risposta, la donna era persino più testarda e orgogliosa di lui e non lo degnava nemmeno di uno sguardo. Lentamente Bradley si allontanò da lei. Se non l'avesse fatto molto probabilmente le avrebbe urlato addosso per convincerla ad ascoltarlo e di certo non era questo il modo giusto per addolcirla. Camminò lentamente fino alla parete opposta della stanza e ci si lasciò cadere contro a peso morto. Rimase per qualche minuto ad osservarla in silenzio. Provò a rialzarsi per tornarle vicino ma si rese conto di non averne la forza. In quel momento lei non voleva ascoltarlo e lui non aveva abbastanza lucidità mentale per scusarsi o spiegarle la situazione. Avrebbe solo voluto che lei mettesse da parte la rabbia e lo stesse a sentire. E lo avrebbe fatto. Se non aveva intenzione di ascoltare Greg di certo sarebbe stata costretta ad ascoltare il capirano Bradley. Esci. Disse con tono calmo e distaccato senza nemmeno alzare lo sguardo, lei  nemmeno lo degnò di nota. Bradley sospirò, si sollevò dal muo e si diresse verso la porta spalancandola con decisione. Agente Foster interrompi quello che stai facendo ed esci da questa stanza, sei sollevata dal caso. Kelly finalmente alzò la testa e lo fissò sconvolta. L'uomo non aspettò nemmeno la sua risposta ed uscì, lei lo seguì a ruota sbattendo la porta. L'intero dipartimento non gli aveva scollato gli occhi di dosso un attimo. Agente Foster, lei non deve mai più permettersi... iniziò Bradley con tono serio e pungente ma la convinzione lo abbandonò appena posò gli occhi su quelli di lei. Al contrario di quello che Greg si aspettava non c'era rabbia nel suo sguardo ma solo delusione e pena per lui. Pena per quell'uomo che per l'ennesima volta non affrontava i problemi che aveva con lei privatamente e preferiva usare la sua autorità di capitano per farsi ascoltare. Forse era stato sempre questo il problema, scontrarsi ogni volta con un capo autoritario e cinico non era quello che lei voleva. Lei aveva sempre cercato Greg, la persona che stava sotto a quella uniforme e che così di rado riusciva ad uscirne. Di fronte a quello sguardò le parole abbandonarono l'uomo. Sarebbe stato tutto inutile, quella insensata sfuriata, quella ennesima prova di forza non avrebbe fatto altro che allontanarli di nuovo. Rimase per qualche istante a guardarla negli occhi. Ebbene, se non serviva essere il capitano Bradley tanto valeva abbassare le difese, tanto valeva essere davvero Greg, per una volta.

Indietreggiò di qualche passo e come in preda a un attacco d'ira si sfilò la giacca gettandola di lato. Il suo distintivo tintinnò all'impatto con il suolo. Fu quasi un sollievo non sentirne più il peso. In fin dei conti era solo quello stupido pezzo di metallo ad identificarlo, a fare la differenza. Gli diede un'ultima occhiata e poi puntò lo sguardo su Kelly e si avvicinò a lei senza perderla mai di vista. Quando le fu di fronte esitò per un attimo, istintivamente si portò una mano fra i capelli e li scompigliò frettolosamente in un gesto quasi liberatorio. Poi dolcemente ma con decisione le fece scivolare le mani dietro la nuca, inclinò leggermente la testa e la strinse a se baciandola intensamente. Tutto da quando le sue labba entrarono in contatto con quelle di lei cessò di esistere. Il dolore, la rabbia, tutti i suoi tormenti, persino gli sguardi increduli dei colleghi, nulla. Esistevano solo lei e lui, lui che per la prima volta sentì che quel bacio lo stava dando davvero a lei e a lei soltanto, senza più nessun fantasma a separarli. Perchè èera lei che voleva baciare. In quel momento per la prima volta fu totalemente incondizionatamente suo.

Gravity #2

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Entrò al dipartimento di polizia indossando ancora gli occhiali da sole, la testa china, da un po' di mesi si sentiva dannatamente fuori posto li dentro e in quel momento si sentiva quasi un estraneo. Inconsapevolmente stava sperando che qualcuno si accorgesse che qualcosa non andava in lui e gli venisse incontro, magari anche solo per mera curiosità. Bradley gli avrebbe risposto in malo modo di farsi gli affari suoi ma perlomeno si sarebbe sentito meno solo e meno ignorato dal mondo. Ma nessuno si mosse nonostante lui fosse stranamente rimasto immobile sulla soglia. Tutti sembravano indaffarati nel loro lavoro, nessuna distrazione. La cosa disarmante è che quel comportamento da automa era soltanto una risposta alle direttive che lui stesso aveva dato loro. Bradley scorse velocemente le loro facce, quelle a lui conosciute poteva contarle sulle dita diuna mano. A chi sarebbe davvero interessato qualcosa se quello stronzo del capitano Bradley quella mattina aveva una faccia sconvolta? Passarono alcuni minuti, poi una recluta uscì dal suo ufficio e gli andò in contro. Salve capitano, la aspettavo! Stamattina è in ritardo! Gregory si sfilò gli occhiali e lo fissò stancamente. Ritardo? disse debolmente con un filo di voce. A quanto pare quello era tutto ciò che di strano era stato notato di lui, che aveva dentro l'inferno, che avrebbe solo voluto urlare, scappare da li, chiedere aiuto, scacciare via la paura che lo aveva avvolto. Il ritardo. Pecco di presunzione se ti dico che sono stato io a decidere gli orari di questo dipartimento quando tu molto probabilmente stavi ancora imparando ad infilarti la pistola nel fodero alla scuola di polizia? Mosse un passo verso di lui e lo guardò con odio come fosse il suo capro espiatorio. Non permetterti mai più di dirmi una cosa del genere, non è così che si ci rivolge a un superiore. Il ragazzo abbassò lo sguardo e voltò i tacchi per andarsene boffonchiando un mi scusi con voce intimorita. Perchè ti scusi?! gli ulrò Bradley Non ho ragione! E tu lo sai! Tira fuori le palle e dimmelo! Il ragazzo sgattaiolò via. Bradley alzò lo sguardo e vide che tutti i suoi sottoposti lo stavano fissando ma senza nemmeno troppo stupore. Stavano di certo pensando che il loro capitano doveva semplicemente essere più di cattuvo umore del solito. Era sul punto di abbaiare addosso anche a loro quando tra i tanti sguardi il suo incrociò quello di Kelly. Fu come un pugno allo stomaco che lo immobilizzò. Ciò che lo ferì di più fu il suo sguardo carico di compatimento e pietà per l'uomo che aveva di fronte, un uomo che sfogava tutte le sue frustrazione sugli altri, come al solito d'altronde.

Kelly era l'ultima persona che avrebbe voluto vedere quella mattina, l'unica che sarebbe stata davvero in grado di farlo crollare, di rompere il già precario equilibrio che gli aveva consentito di venire al lavoro. L'ultima volta che si erano guardati negli occhi era stato poco prima che Bradley sbattesse violentemente la porta di casa di lei dopo averle detto che tra loro era finita. Inutile dire che non aveva creduto nemmeno per un secondo che quella fosse davvero la fine, lui non lo voleva, quell'allontanarsi irruento da lei era stata solo l'ultima di tante prove di forza fra di loro. Lui che si chiudeva a riccio mostrandole solo la parte peggiore di se, pretendendo che lei capisse, che vedesse al di là. Lei che dopo averci provato e rirpovato perdeva la pazienza e rispondeva a tono. Kelly era sicuramente l'unica donna che era stata in grado di tenergli testa da che riusciva a ricordare. Era stata anche la prima ad avvicinarsi a lui così tanto da riuscire a vedere tutte le sue debolezze, quela specie di buco nero che l'uomo aveva nell'animo e faceva di tutto per nasconodere. Lei aveva visto e toccato con mano la sua solitudine, le sue paranoie, i suoi tormenti. Kelly era forse l'unica persona in quella stanza che lo stesse guardando davvero, che stesse guardando lui. Dal canto suo Bradley nemmeno riusciva a guardarla negli occhi. Lei era stato il suo più grande fallimento degli ultimi anni, la sua più grande occasione sprecata. Nelle ore tormentate che avevano seguito la lettura dei risultati del referto medico il poliziotto era stato più volte sul punto di chiamarla, raccontarle tutto o chiederle di vedersi, parlare con lei, con calma, senza fretta di gettarsi fra le lenzuola come loro solito, aveva desiderato poter passeggiare con lei per le strade di londra, respirare l'aria fredda della notte, lo avrebbe fatto stare meglio. Però ogni volta che aveva alzato il telefono per comporre il numero lo aveva rimesso al suo posto. Lei non avrebbe risposto. E perchè avrebbe dovuto? Di certo non se lo meritava, di certo il loro rapporto non era così profondo da permettergli di parlare con lei dei suoi problemi, no, non era così. E non lo era perchè lui non l'aveva mai voluto, l'aveva sempre tenuta a distanza per paura che lei davvero potesse farlo innamorare, che lei davvero potesse farlo uscire da quella specie di circolo vizioso in cui si era cacciato. E quella notte se n'era pentito, aveva capito che averla accanto sarebbe stata l'unica cosa in grado di farlo sentire meglio, si era reso conto che quel rapporto che aveva sempre rifiutato e che aveva fatto di tutto per non instaurare era in realtà tutto ciò che voleva. Si rese conto che tutto ciò che aveva fatto per cercare di non innamorarsi di lei era stato inutile, inconsapevolmente lui già l'amava, l'aveva amata dal momento stesso in cui lei era riuscita a rompere le sue barriere, a entrargli in testa come nessuna prima. Lei lo aveva avvertito l'ultima sera in cui si erano visti, la sera in cui avevano litigato, la sera in cui lui aveva deciso di rompere e lasciarla libera, l'aveva avvertito che se ne sarebbe pentito. E così era, ma non si era pentito solo di averle sbattuto la porta in faccia, si era pentito di tutto, tutto quanto. E ora guardandola non poteva fare a meno di imaginare come sarebbe stato quel momento se fra loro le cose fossero andate diversamente, non poteva non immaginarsi il suo abbraccio caldo e confortante e paragonarlo alla freddezza, il distacco e il compatimento con cui lei lo guardava ora. Era davvero necessario vero? Gli disse la donna aggrottando le sopracciglia con disappunto, poi come se niente fosse rienrtò nella stanza chiudendosi la porta alle spalle. Bradley sentì lo stomaco serrarsi e il sangue scaldargli il viso. Chiuse gli occhi e sospirò forte trattenendo le lacrime. Kelly... sbattè le palpebre stancamente e si sforzò di tornare alla realtà. Non era certo così che poteva rivolgersi a lei in quel momento, anche se lo avrebbe preferito. Kelly Foster, vuoi crearmi problemi anche tu stamattina? lo sguardo che le rivolse era stanco e rassegnato, la voce gli tremava. Per un attimo sperò con tutto il cuore che vedendolo in quello stato lo sguardo di kelly si sarebbe addolcito, sperò che lei si accorgesse di quanto stava male e avesse pietà. Ma lei si limitò a richiamarlo con freddezza e si richiuse la porta alle spalle. Bradley rimase per qualche minuto immobile in mezzo al corridoio, stanco e quasi rassegnato. Poi una strana rabbia lo pervase. Raggiunse la porta del laboratorio in cui si era appena richiusa Kelly e la aprì con violenza facendola sbattere. Pensi davvero di cavartela così?

26 marzo 2014

Monito.

Le nostre foto le ho cancellate tutte.
Tutte tranne questa. Sai perchè?
Perchè in questa non si vedono i nostri volti.
Si vedono solo due ombre in contatto.
Per questo la tengo, perchè da questa foto non si capisce chi
e nemmeno quando o dove, ma si capisce che ho amato,
che ne sono stata capace, anche se ora non ci riesco più
anche se qualcuno o qualcosa mi ha tolto il piacere di amare
io ne sono stata capace.
La tengo per riuscire a sperare che un volta superata la delusione
una volta rimarginate tutte le ferite e raccolte le forze
magari riuscirò ad amare ancora. E sarà bello.

Perchè amare, amare la persona giusta, non può non esserlo.
Non può far star male, non può far soffrire.
E questa foto la tengo anche per ricordarmi come ho capito tutto questo.

23 marzo 2014

Gravity.

Something always brings me back to you.
It never takes too long.
No matter what I say or do, 
I still feel you here ’till the moment I’m gone.
You hold me without touch.
You keep me without chains.
I never wanted anything so much 
than to drown in your love and not feel your rain.
Set me free, leave me be. 

I don’t want to fall another moment into your gravity.
Here I am and I stand so tall, just the way I’m supposed to be.
But you’re on to me and all over me.
You loved me ’cause I’m fragile.
When I thought that I was strong.
But you touch me for a little while and all my fragile strength is gone.

La stanza era quasi totalmente buia, gli oggetti si riuscivano vagamente a distinguere solo grazie alle ombre confuse che la fredda e debole luce di quella griga mattina londinese proiettava facendosi strada fra le sottili fessure delle persiane chiuse. Bradley quella mattina nemmeno aveva avuto la forza di aprirle, ne tantomeno di accendere la luce. Il rumore trapanante della sveglia non era servito a nulla se non a segnare il confine fra quella notte passata insonne e la nuove giornata che stava per cominciare. Il poliziotto non si era nemmeno svestito la sera prima, aveva pigramente sfilato le scarpe lasciando che cadessero disordinatamente ai piedi del letto e poi ci si era buttato sopra come un corpo morto. Era rimasto così tutta la notte a fissare il buio, la testa dolorante sul cuscino, il silenzio assordante della sua casa vuota attorno. Non era riuscito a piangere, non era riuscito nemmeno a pensare o ad essere preoccupato per il futuro. Quella notizia, quel "positivo" seguito da un "rilevate malignità" sul referto dell'ospedale se l'era immaginato da tempo, in un certo senso lo aveva aspettato, era stato un sollievo. Leggendo quelle parole aveva solo pensato che avrebbe potuto smettere di tormentarsi, di fare ipotesi e congetture per poi confutarle tutte carcando di rassicurare se stesso, di pensare che non era niente, che era solo suggestione. Ora era finita, quelle parole avevano cancellato tutti i dubbi. Durante quella notte, in quei rari momenti in cui stava per prendere sonno quei dubbi per un attimo erano tornati ad assalirlo, ogni volta lui aveva ripreso conoscenza di scatto sforzandosi di rimanere nella realtà. Era finita, davvero. Al suono della sveglia Bradley scivolò fuori dal letto pigramente, si svestì e senza nemmeno accentede la luce raggiunse a tendoni la doccia. La aprì e si gettò sotto l'acqua gelida che stranamente nemmeno lo fece rabbrividire. Si sedette e si rannicchiò in un angolo, stringendo le ginocchia al petto, lasciando che l'acqua gli cadesse addosso e le gocce trasparenti scivolassero lentamente sulla sua pelle delineando i contorni del suo corpo, quel corpo con cui aveva combattuto una vita, prima odiandolo, poi usandolo, svendendolo, ferendolo e maltrattandolo nella sua professione. Il corpo che tante persone avevano bramato e desiderato, ma mai lui. Lui l'aveva sempre sentito ostile, inadatto. Rimase li immobile cercando di calmarsi ascoltando il rumore della doccia finchè l'acqua non si fece così bollente da fargli male. Spense il getto e rimase rannicchiato in quella posizione finchè non cominciò a tremare. Essere in ritardo era l'ultimo dei suoi problemi quella mattina. Si vestì con più cura del solito, scelse il suo vestito preferito, giacca e cravatta nera, camicia grigia, tutto stirato in modo impeccabile, scarpe di vernice eleganti. Sulla soglia di casa sistemò la sua calibro nove d'ordinanza nella fondina che portava sotto la giacca vicino al costato, allacciò i bottoni con cura e si appuntò il distintivo sulla tasca sinistra, vicino al cuore. Compiva quel gensto ogni giorno da almeno dieci anni, ma lo fece volontariamente con un certa solennità fissando la sua immagine riflessa nello specchio. Lo sguardo gli cadde sulla piccola scatola rossa che era poggiata sulla mensola alle sue spalle, di solito non la notava mai perchè usciva di fretta. Si voltò e l'aprì, la sua fede nunziale era rimasta li dentro dalla sera in cui Isobel era morta. Il poliziotto la estrasse lentamente e se la mise al dito rabbrividendo. Il pensiero della morte di lei lo pervase con una tale violenza da farlo smettere di respirare, come se in quella scatola assieme a quell'anello dorato lui avesse riposto anche il suo dolore. Osservò per un attimo la sua mano che indossava quell'anello, la mano che aveva osservato per dieci anni e che invece negli ultimi sei si era sforzato di dimenticare. Si sfilò la fede con riluttanza e la ripose nella scatola tremando.

Il viaggio in metro gli era sembrato più lungo del solito. Durante il tragitto aveva composto un messaggio sul cellulare Ti devo parlare di una cosa, aveva selezionato un paio di destinatari ma poi aveva cancellato tutto. Quelle persone molto probabilmente non erano davvero interessate ad ascoltarlo. Per il resto del percorso era rimasto immobile cullato dal ritmico pacato rumore delle rotaie ad osservare il vorticoso scorrere del cemento al di la dei finestrini del treno. Si era sentito solo tante volte in vita sua ma mai come in quel momento.

16 marzo 2014

Che senso abbiamo noi?

Lo avresti mai detto? Cerco la mia rabbia.

Passi mezza vita a cercare di far pace con il mondo e poi capisci che è proprio la pace che ti frega. E lo capisci quando tutto si assopisce, il desiderio di vendetta, la motivazione per cui volevi attuarla, tutto si sbiadisce, sembra stupido, irraziona, infantile. Ti ritrovi gradualmente ad accettare tutto, a non avercela più con nessuno, ad aver quasi smarrito tutta la rabbia. E ti ritrovi  come Zenigata quando cattura Lupin, senza uno scopo. Ti guardi attorno e capisci che non c'è più rabbia a cui aggrapparsi, ci sei solo tu e la forza che ti manca, la forza per andare oltre la rabbia. E allora la cerchi, la rivorresti indietro con tutte le tue forze, perchè quella forza era lei.

Volevo riuscire a ruggire solo perchè tu mi sentissi. 
Ed ora che ce lo fatta tu sei sordo.

27 febbraio 2014

Perdere l'eternità.

Distanti e accesi nell'aria
due fuochi che non sanno andare via
l'hai scritto quando non c'ero
"dove finisci tu comincio io".
Chissà se dove sei piove
sei come una stagione che non c'è
diversi posti e persone 
ma non c'è mai nessuno come te.  
Nel mio universo, non ti ho mai perso
sei insonnia nelle vene, dolcezza e sesso
non hai mai smesso di farmi dire sì all'amore 
l'amore è indimenticabile 
bella e grande verità 
passa il cielo e se ne va
vedi com'è facile perdere il cielo
perdere l'eternità.
L'atmosfera di quel giorno era ciò che di più irreale avesse mai visto. L'erba così maledettamente verde e ben curata sotto un sole che era raro vedere in una cittò grigia come Londra. La massa insensata di persone vestite di nero radunate come soldatini attorno alla fossa perfettamente squadrata in cui era appena stato deposto il corpo di sua moglie. Nemmeno di questo Bradley era sicuro. Perchè non aveva sentito nulla. Nei giorni successivi alla notizia che sua moglie non ce l'avrebbe fatta, il poliziotto aveva cercato di raccogliere tutta la razionalità che gli era rimasta per prepararsi, ma non c'era riuscito. Era certo che quando il momento sarebbe arrivato sarebbe stato investito e devastato dal dolore, era certo che i primi giorni senza di lei sarebbero stati un inferno. Invece non aveva sentito nulla. Dal momento stesso in cui lei se n'era andata era iniziato il penoso calvario che ogni persona che subisce un lutto deve sopportare. Le decine di ipocrite telefonate di condoglianze, gli sguardi curiosi e invadenti della gente che aspettava morbosamente di cogliere un minimo segno di dolore sul suo voto, le faccende burocratiche, le spese mediche da saldare, l'organizzazione del funerale. Quel caotico e concitato susseguirsi di sterili impegni si era sommato alle nottate in bianco, alle settimane in cui era tornato a casa soltanto per farsi una doccia e radersi. Non aveva avuto un solo istante per stare da solo, veramente da solo, non aveva avuto un istante per fermarsi a pensare, per realizzare quello che davvero era successo. Quel correre vorticoso del mondo attorno lo stordiva a tal punto da non capire nemmeno cosa fosse davvero reale in tutto ciò che stava vivendo. Gli era sembrato di percorrere tappe obbligate, di aver fatto tutto ciò che si doveva fare in quei casi, tutto ciò che la gente si aspettava. Ed era questo che lo disgustava più di tutto, l'essere stato così debole da essersi lasciato trascinare dalle convenzioni sociali che lui tanto odiava. Nonostante sentisse il dolore, nonostante fosse consapevole della sua sofferenza, non aveva avuto un momento per fermarsi e soffrire davvero. Un istante per capire che era tutto reale, che era davvero arrivato a quel punto. Ed ora che se ne stava seduto a fissare un indefinito punto all'orizzonte, ora che si era potuto fermare, in silenzio, non riusciva comunque a sentire niente. Una bara coperta di rose rosse in una fossa, un funerale. Ne aveva visti tanti. Cosa era diverso quella volta? Cosa sarebbe dovuto essere diverso? Perchè non soffriva, perchè non piangeva, perchè non provava dolore vedendo quella bara in cui era contenuto il corpo della donna che amava e con cui aveva condiviso amore, delusione, gioia, dolore, vita? Perchè? Perchè quel mondo marcio che viveva solo dentro a schemi stabiliti, tanto rigidi quanto insopportabili, gli aveva strappato anche il dolore? Perchè non lo avevano lasciato soffrire? -Agente Bradley...- L'attenzione del poliziotto fu attratta da quello che lui ricordava vagamente essere un collega, un uomo grassoccio dall'aria trasandata. -Volevo dirle che mi dispiace moltissimo per la sua perdita.- Bradley si alzò in piedi per poterlo guardare negli occhi. - Davvero?- Disse con tono freddo e distaccato squadrandolo con uno sguardo gelido. - Non credo proprio, sai? Tu che ora mi fai le condoglianze non sei la stessa persona che quotidianamente parla alle mie palle coi colleghi, che data la sua mediocrità per spiccare ha tentato di mettere i bastoni fra le ruote a me fin dal giorno in cui sono entrato in polizia? Pensi che non me ne ricordi? E ora sei qui, con il tuo bel vestito nero della festa a dirmi che ti dispiace per me. Ti dispiace così tanto che per farmi le condoglianze hai usato la stessa sterile frase che noi poliziotti diciamo ai familiari delle vittime quando bussiamo alla loro porta per dare la brutta notizia. Quanto ci dispace veramente quando la pronunciamo? Probabilmente di più di quanto dispiace a te in questo momento.- Il poliziotto si fermò un attimo a prendere fiato e guardandosi attorno vide che tutti i presenti lo fissavano. Il disgusto per quella scena gli fece venire la nausea.  -Perchè lo fate? Perchè fingete che vi dispiaccia? Perchè siete venuti qui a piangere una persona che nemmeno conoscevate, una persona per cui nemmeno io sto soffrendo, perchè? Vi fa stare meglio? Vi fa forse sentire persone migliori?-  Cercò di guardare negli occhi ognuno dei presenti per cercare almeno di percepire un po di disagio e vergnogna nei loro occhi, ma non vide nulla se non compatimento per lui, il vedovo che sragionava, che aveva perso la testa. Per la prima volta dopo settimane si sentì davvero sul punto di scoppiare in lacrime e la cosa lo spaventò dannatamente. Era dunque così che ci si sentiva ad essere soli? Faceva così male essere liberi di soffrire? Tornare a casa, nel silenzio di una casa in cui ormai non c'era nessuno se non lui, trovare le cose che lei aveva lasciato in giro, come se fosse uscita per tornare poco dopo e riordinare tutto, trovare i suoi vestiti, annusarli, riguardare le foto, ricostruire dolorosamente nella mente ogni attimo di una vita vissuta insieme. Mente che prima cancella i momenti brutti esaltando quelli belli e poi ti riversa addosso come una valanga tutte le frasi non dette, tutti i baci persi per la fretta, le litigate inutili, le notti passate lontani per colpa del suo dannato orgoglio. Si rese conto di non volerlo, non volerlo davvero. In quel momento gli sembrò molto più rassicurante lo stordimento, quella specie di sbronza che gli appannava i sentimenti. Guardò un'ultima volta le sagome nere che lo circondavano, poi diede loro le spalle e cominciò a camminare sull'erba verde e luminosa, il sole lo accecava. Nessuno si mosse a parte lui, storditi e indignati i presenti erano immobili. Solo dopo qualche istante Holstein, l'unica persona che Bradley era sicuro fosse li per lui, si staccò dal gruppo e si mise a seguirlo con aria preoccupata. -Dove stai andando?- Il poliziotto si fermò un istante a guardare negli occhi l'amico. -Al lavoro.- Disse con un tono quasi sorpreso dalla domanda, come se in quel momento andarsene fosse la cosa più giusta e naturale da fare. Poi si rimise a camminare, Holstei rimase indietro incredulo. -Ma, ma questo è il funerale di tua moglie! Non vuoi dirle addio?!- Bradley si fermò di nuovo e fissò l'uomo con aria stanca. -Isobel è la donna con cui ho condiviso la vita per più di dieci anni. Lei era...era lei. L'unica, l'unica persona...per me. E se credi che mi bastino un paio di frasi lette in chiesa, sempre le stesse frasi per ogni dannata persona morta in questo mondo, un prete e una massa di ipocriti vestiti di nero per riuscire a dirle addio allora non hai capito proprio niente di come sono fatto io. E non hai capito niente di cosa ci legava, di cosa significhi per me che lei mi abbia lasciato. Forse un giorno riuscirò a dirle addio, e sarà il giorno in cui mi sarò fatto una ragione di tutto questo, mi sarò fatto una ragione del non averla più con me, quel giorno allora...- Non riuscì a finire la frase perchè la gola gli si contrasse improvvisamente come se lo avessero colpito dritto all stomaco con un pugno. Si portò le mani al viso, cadde in ginocchio sull'erba e rimase li come in apnea, senza riuscire a far uscire un solo singhiozzo, una sola lacrima. Holstein gli corse incontro, gli prese le spalle e tentò di abbracciarlo, ma Bradley si divincolò e si rianzò in piedi con decisione scansadosi con violenza di dosso le braccia dell'amico. -Ho detto che vado al lavoro.- Si voltò e si rimise a camminare, la testa gli rimbombava dolorosamente ad ogni passo. Si portò istintivaente la mano destra alla pistola e la sistemò saldamente sul fianco. Raggiunse l'auto di servizio quasi per inerzia. Quando fu a bordo si assicurò che fosse tutto a posto, sistemando lo specchietto indugiò solo qualche istante sulla sua immagine parzialmente riflessa, poi fece un respiro profondo e impugnò l'autoparlante della radio. -A centrale. Agente Bradley rientra operativo alle 11 e 35. Comunico rientro in sede.-

23 febbraio 2014

Recidiva.

Stasera pensavo che ormai questa specie di discarica di pensieri esiste da quattro anni. E pensavo a quante volte io ci abbia scritto dentro "stavolta sarà di verso, stavolta mi terrò vicine solo le persone che a me ci tengono davvero, quelle che meritano la mia fiducia". La cosa disarmante è che ogni volta questa frase si riferiva a persone diverse, che poi deludevano, ferivano, anche quelle che non avrei mai creduto. E io ripartivo, ogni volta mi illudevo, e scrivevo questa frase. RECIDIVA. Dannatamente recidiva.

E se stavolta dicessi che la musica è cambiata chi mai ci crederebbe? Non è cambiata, ho solo messo da parte tutto e tutti. Ho solo deciso che per un po' farò a meno di "quelli che mi amano davvero, quelli che lo merito" e cercherò di bastarmi. Perchè è l'unica maniera per non essere recidiva. Perchè la sono, ma questo non vuol dire che mi piaccia esserlo.

4 gennaio 2014

Rita.

 "Il messaggio che invio, e credo anche più importante di quello scientifico, è di affrontare la vita con totale disinteresse alla propria persona, e con la massima attenzione verso il mondo che ci circonda, sia quello inanimato che quello dei viventi. Questo, ritengo, è stato il mio unico merito. Io dico ai giovani: non pensate a voi stessi, pensate agli altri. Pensate al futuro che vi aspetta, pensate a quello che potete fare, e non temete niente. Non temete le difficoltà: io ne ho passate molte, e le ho attraversate senza paura, con totale indifferenza alla mia persona."

3 gennaio 2014

Il mio 2013 in dieci frasi.

Cari uomini, la festa della donna non è la giornata in cui si deve regalare la mimosa "per dovere", nemmeno quella delle frasi scontate scritte su Facebook. Noi donne siamo donne tutto l'anno, siamo fiere di essere donne ogni giorno, non abbiamo bisogno che voi ci regaliate dei fiori oggi se tutto il resto dell'anno ci considerate solo come un bel culo e un bel paio di tette, se ci giudicate solo per il nostro aspetto fisico e non per le nostre idee e le nostre capacità. L'8 marzo dovrebbe essere una giornata in cui riflettere sulle violenze e le discriminazioni a cui ancora oggi le donne sono soggette. Perciò cari uomini, i fiori regalateli alle vostre donne nei giorni in cui pensate a loro e vi rendete conto che non potreste vivere senza. E oggi, che è la nostra festa, se volete regalarci la mimosa fatelo usando questo giorno come un pretesto per farci sorridere, ma fatelo solo se con voi sorridiamo anche tutti gli altri 364 giorni dell'anno. 
- 8 marzo 2013 - 

Franca Rame nel 1973 fu violentata fisicamente e sessualmente da cinque esponenti della estrema destra milanese. La sentenza di condanna per gli aggressori arrivò soltanto venticinque anni dopo quando ormai il reato era caduto in prescrizione. La Rame non solo denunciò gli aggressori, ma rese pubbliche le assurde umiliazioni a cui fu sottoposta dal medico che la visitò e dal poliziotto che raccolse la sua testimonianza. Vi consiglio di leggere le loro domande per rendervi conto, oltre alla violenza sessuale in se, cosa dovette sopportare questa donna per cercare di avere giustizia, una giustizia che non venne mai fatta. Medico e poliziotto che avrebbero dovuto comprenderla, confortarla e essere i più discreti e delicati possibile non fecero altro che cercare attenuanti e scusanti per gli aggressori, chiedendole se durante la violenza si fosse bagnata, se avesse anche solo lontanamente e inconsapevolmente provato piacere, se avesse emesso grida più simili a quelle di godimento che a quelle di dolore, se avesse raggiunto l'orgasmo, e se si quante volte. Con questa testimonianza vorrei far riflettere tutti coloro che silenziosamente, magari quasi inconsapevolmente, pensano ancora che una violenza consumata su una donna attraente e vestita in modo provocante sia meno grave, sia scusabile. Io spero vi rendiate conto dell'abominio di questa affermazione. Esiste forse una violenza meno grave? Una violenza comprensibile, scusabile? Mi fa rabbrividire solo il pensiero.
- 30 maggio 2013 - 

Lo ammetto, quando anni fa Margherita Hack tenne una conferenza a Parma sull'universo in espansione io ci andai soltanto perchè avevo appena iniziato il Brocca e sentivo il dovere di interessarmi a certe cose così "scientifiche". Cara signora Hack, non so in quale galassia lei sia adesso, probabilmente una di quelle a spirale perchè sono le più belle nelle foto dei libri; quello che posso dirle è che dopo averla incontrata non sono diventata un'esperta di astronomia, nemmeno un'appassionata, ma, a cinque anni di distanza, quella conferenza e i suoi libri che negli anni ho letto mi hanno salvato il culo alla maturità. E questo basta per ringraziarla.
- 29 giugno 2013 -


Cioè, fermi tutti. Sotto il palco da cui sta parlando Berlusconi ho appena intravisto un cartello con scritto "Reggio Emilia è con Silvio". Credo che il tizio che lo regge sia l'unico reggiano di destra e pure berlusconiano esistente che sta sputtanando tutti i suoi concittadini. 
- 4 agosto 2013 - 

Ho avuto l'onore di ricevere in anteprima le ultime direttive del ministero per l' ammissione a medicina. Il test si articolerà in quattro prove: 1- torneo di palla avvelenata ad eliminazione diretta che si svolgerà nei campi da gioco del campus universitario; 2- briscolata a eliminazione con la collaborazione dei vecchi dell' ARCI Toscanini; 3- una sfida man vs food in stile DMAX a cura della panineria Da Walter; 4- per i sopravvissuti due domandine di biologia facili facili e siete dentro.  Eventuali punti bonus saranno attribuiti proporzionalmente al vostro punteggio su Ruzzle.
 - 6 settembre 2013 - 

Oggi tornata dal test di medicina ho trovato sulla porta di casa un post-it di mia mamma con scritto: "tranquilla, puoi sempre fare la cubista". Ma no mamma. Medicina? Ma chi me lo fa fare! Io domani mi immatricolo alla facoltà di spavento della Monster University!
- 9 settembre 2013 - 

Solo io e Dio sappiamo quante volte negli ultimi mesi io l'abbia invocato, magari usando nei suoi confronti parole non sempre pacate e gentili, ma sono certa che mi perdonerà. È finita. Sono ufficialmente una studentessa di medicina.
- 6 ottobre 2013 -  

Vita da universitaria. Giorno 17. Caro diario, credevo di essere l'unica furbona ad aver capito che si poteva entrare in biblioteca senza il badge. E invece ho fatto scattare l'allarme beccandomi più maledizioni di un archeologo che profana una piramide. PS. All'università è impossibile ricordarsi tutti i nomi. È molto più facile usare degli epiteti. Io per esempio sono già diventata "quella che attacca bottone con tutti", che non è malaccio.
- 30 ottobre 2013 - 

Un uomo che seguendo le sue ipotetiche pulsioni biologiche sessuali stupra una donna in quel momento non è altro che uno spermatozoo. E non è nemmeno bello quanto uno spermatozoo, perché gli spermatozoi sono bellissimi.
- 27 novembre 2013 - 

 Decido di andare a comprarmi un fonendoscopio per fare un po' la cazzara coi parenti a natale, il negoziante me ne esibisce uno da 230 euro. Di fronte al mio palese imbarazzo si mette a elogiare il fonendoscopio come lo strumento per eccellenza del medico che lo accompagnerà in anni di professione e dovrà essere scelto secondo la sensibilità del suo udito e la tipologia di pazienti trattati. Ci mancava solo "è il fonendoscopio a scegliere il medico, signora Antelmi". 
- 20 dicembre 2013 -