31 marzo 2014

Gravity #3


Con la partecipazione della mia Bea <3

Brenda, l'assistente della Foster, era terrorizzata. Se fino a quel momento si era evitata le parole dure di Bradley era solo perché era stata assegnata a Kelly, e tra lei e il capo c'era sempre stato il tacito accordo che lui, tutto quello che apparteneva a lei, non avrebbe dovuto toccarlo. Né guardarlo né sgridarlo. Né portarselo a letto. In quanto sua collaboratrice Kelly aveva dei privilegi, e Brenda con lei, ma quella sfuriata davanti a tutti poteva anche mettere in pericolo l'incolumità della nuova arrivata. Poco male, pensò Kelly, si sarebbe fatta le ossa. Solo che le dispiaceva, e le sarebbe dispiaciuto andarsene per lasciare quella timida ragazza da sola, in balia di se stessa. La guardò brevemente, senza dire niente, poi si mise a fissare Bradley con aria severa. Ma sei stupido? Lo aggredì, alzando lo sguardo infuocato su di lui, trattenendo le mani tremanti ancorate al microscopio. Stiamo cercando di lavorare qui dentro, se non te ne fossi accorto! Brenda si lasciò sfuggire un gemito, e con la coda dell'occhio la Foster poteva percepire che stava tremando. Vai a fare una pausa, Brenda. Le disse senza staccare gli occhi dal volto incavato di Gregory, continuando a tenergli testa. Aspettò che la ragazza uscisse, per andare a chiudere la porta che l'uomo aveva fatto sbattere. Cosa totalmente inutile, perché se voleva evitare che gli altri assistessero a quella scenata avrebbe dovuto oscurare le pareti in vetro. Tutti potevano vedere i due agenti che si urlavano addosso. Tutti. Vuoi punirmi per insubordinazione, adesso? Perché mi permetto di rimproverarti se tratti male i tuoi sottoposti? Scusa, hai ragione, questo non è un luogo di lavoro! E' il tuo parco giochi! Lo guardò ancora con freddezza, per poi ritornare alla sua postazione. Ora perdonami, ma ho molto lavoro da fare, come vedi. Quindi... Con un dito gli indicò la porta, e si rimise a guardare il campione di stoffa che stava analizzando come se fosse ciò che di più importante esisteva al mondo in quel momento, di certo più importante di Bradley che con quei gesti la stava supplicando di guardarlo e ascoltarlo. La sua apparente totale indifferenza diventava per l'uomo ogni istante più insopportabile. Kelly... disse quasi ansimando tentando mi mantenere un tono controllato. Lei non rispose. Gli occhi gli si infiammarono, li chiuse e respirò profondamente imponendosi di non piangere. Li riaprì stancamente e si avvicinò lentamente alla donna fino a sentirne il profumo. Kelly ti prego guardami. Il suo tono era sempre più nervoso e impaziente. Non ricevete risposta, la donna era persino più testarda e orgogliosa di lui e non lo degnava nemmeno di uno sguardo. Lentamente Bradley si allontanò da lei. Se non l'avesse fatto molto probabilmente le avrebbe urlato addosso per convincerla ad ascoltarlo e di certo non era questo il modo giusto per addolcirla. Camminò lentamente fino alla parete opposta della stanza e ci si lasciò cadere contro a peso morto. Rimase per qualche minuto ad osservarla in silenzio. Provò a rialzarsi per tornarle vicino ma si rese conto di non averne la forza. In quel momento lei non voleva ascoltarlo e lui non aveva abbastanza lucidità mentale per scusarsi o spiegarle la situazione. Avrebbe solo voluto che lei mettesse da parte la rabbia e lo stesse a sentire. E lo avrebbe fatto. Se non aveva intenzione di ascoltare Greg di certo sarebbe stata costretta ad ascoltare il capirano Bradley. Esci. Disse con tono calmo e distaccato senza nemmeno alzare lo sguardo, lei  nemmeno lo degnò di nota. Bradley sospirò, si sollevò dal muo e si diresse verso la porta spalancandola con decisione. Agente Foster interrompi quello che stai facendo ed esci da questa stanza, sei sollevata dal caso. Kelly finalmente alzò la testa e lo fissò sconvolta. L'uomo non aspettò nemmeno la sua risposta ed uscì, lei lo seguì a ruota sbattendo la porta. L'intero dipartimento non gli aveva scollato gli occhi di dosso un attimo. Agente Foster, lei non deve mai più permettersi... iniziò Bradley con tono serio e pungente ma la convinzione lo abbandonò appena posò gli occhi su quelli di lei. Al contrario di quello che Greg si aspettava non c'era rabbia nel suo sguardo ma solo delusione e pena per lui. Pena per quell'uomo che per l'ennesima volta non affrontava i problemi che aveva con lei privatamente e preferiva usare la sua autorità di capitano per farsi ascoltare. Forse era stato sempre questo il problema, scontrarsi ogni volta con un capo autoritario e cinico non era quello che lei voleva. Lei aveva sempre cercato Greg, la persona che stava sotto a quella uniforme e che così di rado riusciva ad uscirne. Di fronte a quello sguardò le parole abbandonarono l'uomo. Sarebbe stato tutto inutile, quella insensata sfuriata, quella ennesima prova di forza non avrebbe fatto altro che allontanarli di nuovo. Rimase per qualche istante a guardarla negli occhi. Ebbene, se non serviva essere il capitano Bradley tanto valeva abbassare le difese, tanto valeva essere davvero Greg, per una volta.

Indietreggiò di qualche passo e come in preda a un attacco d'ira si sfilò la giacca gettandola di lato. Il suo distintivo tintinnò all'impatto con il suolo. Fu quasi un sollievo non sentirne più il peso. In fin dei conti era solo quello stupido pezzo di metallo ad identificarlo, a fare la differenza. Gli diede un'ultima occhiata e poi puntò lo sguardo su Kelly e si avvicinò a lei senza perderla mai di vista. Quando le fu di fronte esitò per un attimo, istintivamente si portò una mano fra i capelli e li scompigliò frettolosamente in un gesto quasi liberatorio. Poi dolcemente ma con decisione le fece scivolare le mani dietro la nuca, inclinò leggermente la testa e la strinse a se baciandola intensamente. Tutto da quando le sue labba entrarono in contatto con quelle di lei cessò di esistere. Il dolore, la rabbia, tutti i suoi tormenti, persino gli sguardi increduli dei colleghi, nulla. Esistevano solo lei e lui, lui che per la prima volta sentì che quel bacio lo stava dando davvero a lei e a lei soltanto, senza più nessun fantasma a separarli. Perchè èera lei che voleva baciare. In quel momento per la prima volta fu totalemente incondizionatamente suo.

Gravity #2

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Entrò al dipartimento di polizia indossando ancora gli occhiali da sole, la testa china, da un po' di mesi si sentiva dannatamente fuori posto li dentro e in quel momento si sentiva quasi un estraneo. Inconsapevolmente stava sperando che qualcuno si accorgesse che qualcosa non andava in lui e gli venisse incontro, magari anche solo per mera curiosità. Bradley gli avrebbe risposto in malo modo di farsi gli affari suoi ma perlomeno si sarebbe sentito meno solo e meno ignorato dal mondo. Ma nessuno si mosse nonostante lui fosse stranamente rimasto immobile sulla soglia. Tutti sembravano indaffarati nel loro lavoro, nessuna distrazione. La cosa disarmante è che quel comportamento da automa era soltanto una risposta alle direttive che lui stesso aveva dato loro. Bradley scorse velocemente le loro facce, quelle a lui conosciute poteva contarle sulle dita diuna mano. A chi sarebbe davvero interessato qualcosa se quello stronzo del capitano Bradley quella mattina aveva una faccia sconvolta? Passarono alcuni minuti, poi una recluta uscì dal suo ufficio e gli andò in contro. Salve capitano, la aspettavo! Stamattina è in ritardo! Gregory si sfilò gli occhiali e lo fissò stancamente. Ritardo? disse debolmente con un filo di voce. A quanto pare quello era tutto ciò che di strano era stato notato di lui, che aveva dentro l'inferno, che avrebbe solo voluto urlare, scappare da li, chiedere aiuto, scacciare via la paura che lo aveva avvolto. Il ritardo. Pecco di presunzione se ti dico che sono stato io a decidere gli orari di questo dipartimento quando tu molto probabilmente stavi ancora imparando ad infilarti la pistola nel fodero alla scuola di polizia? Mosse un passo verso di lui e lo guardò con odio come fosse il suo capro espiatorio. Non permetterti mai più di dirmi una cosa del genere, non è così che si ci rivolge a un superiore. Il ragazzo abbassò lo sguardo e voltò i tacchi per andarsene boffonchiando un mi scusi con voce intimorita. Perchè ti scusi?! gli ulrò Bradley Non ho ragione! E tu lo sai! Tira fuori le palle e dimmelo! Il ragazzo sgattaiolò via. Bradley alzò lo sguardo e vide che tutti i suoi sottoposti lo stavano fissando ma senza nemmeno troppo stupore. Stavano di certo pensando che il loro capitano doveva semplicemente essere più di cattuvo umore del solito. Era sul punto di abbaiare addosso anche a loro quando tra i tanti sguardi il suo incrociò quello di Kelly. Fu come un pugno allo stomaco che lo immobilizzò. Ciò che lo ferì di più fu il suo sguardo carico di compatimento e pietà per l'uomo che aveva di fronte, un uomo che sfogava tutte le sue frustrazione sugli altri, come al solito d'altronde.

Kelly era l'ultima persona che avrebbe voluto vedere quella mattina, l'unica che sarebbe stata davvero in grado di farlo crollare, di rompere il già precario equilibrio che gli aveva consentito di venire al lavoro. L'ultima volta che si erano guardati negli occhi era stato poco prima che Bradley sbattesse violentemente la porta di casa di lei dopo averle detto che tra loro era finita. Inutile dire che non aveva creduto nemmeno per un secondo che quella fosse davvero la fine, lui non lo voleva, quell'allontanarsi irruento da lei era stata solo l'ultima di tante prove di forza fra di loro. Lui che si chiudeva a riccio mostrandole solo la parte peggiore di se, pretendendo che lei capisse, che vedesse al di là. Lei che dopo averci provato e rirpovato perdeva la pazienza e rispondeva a tono. Kelly era sicuramente l'unica donna che era stata in grado di tenergli testa da che riusciva a ricordare. Era stata anche la prima ad avvicinarsi a lui così tanto da riuscire a vedere tutte le sue debolezze, quela specie di buco nero che l'uomo aveva nell'animo e faceva di tutto per nasconodere. Lei aveva visto e toccato con mano la sua solitudine, le sue paranoie, i suoi tormenti. Kelly era forse l'unica persona in quella stanza che lo stesse guardando davvero, che stesse guardando lui. Dal canto suo Bradley nemmeno riusciva a guardarla negli occhi. Lei era stato il suo più grande fallimento degli ultimi anni, la sua più grande occasione sprecata. Nelle ore tormentate che avevano seguito la lettura dei risultati del referto medico il poliziotto era stato più volte sul punto di chiamarla, raccontarle tutto o chiederle di vedersi, parlare con lei, con calma, senza fretta di gettarsi fra le lenzuola come loro solito, aveva desiderato poter passeggiare con lei per le strade di londra, respirare l'aria fredda della notte, lo avrebbe fatto stare meglio. Però ogni volta che aveva alzato il telefono per comporre il numero lo aveva rimesso al suo posto. Lei non avrebbe risposto. E perchè avrebbe dovuto? Di certo non se lo meritava, di certo il loro rapporto non era così profondo da permettergli di parlare con lei dei suoi problemi, no, non era così. E non lo era perchè lui non l'aveva mai voluto, l'aveva sempre tenuta a distanza per paura che lei davvero potesse farlo innamorare, che lei davvero potesse farlo uscire da quella specie di circolo vizioso in cui si era cacciato. E quella notte se n'era pentito, aveva capito che averla accanto sarebbe stata l'unica cosa in grado di farlo sentire meglio, si era reso conto che quel rapporto che aveva sempre rifiutato e che aveva fatto di tutto per non instaurare era in realtà tutto ciò che voleva. Si rese conto che tutto ciò che aveva fatto per cercare di non innamorarsi di lei era stato inutile, inconsapevolmente lui già l'amava, l'aveva amata dal momento stesso in cui lei era riuscita a rompere le sue barriere, a entrargli in testa come nessuna prima. Lei lo aveva avvertito l'ultima sera in cui si erano visti, la sera in cui avevano litigato, la sera in cui lui aveva deciso di rompere e lasciarla libera, l'aveva avvertito che se ne sarebbe pentito. E così era, ma non si era pentito solo di averle sbattuto la porta in faccia, si era pentito di tutto, tutto quanto. E ora guardandola non poteva fare a meno di imaginare come sarebbe stato quel momento se fra loro le cose fossero andate diversamente, non poteva non immaginarsi il suo abbraccio caldo e confortante e paragonarlo alla freddezza, il distacco e il compatimento con cui lei lo guardava ora. Era davvero necessario vero? Gli disse la donna aggrottando le sopracciglia con disappunto, poi come se niente fosse rienrtò nella stanza chiudendosi la porta alle spalle. Bradley sentì lo stomaco serrarsi e il sangue scaldargli il viso. Chiuse gli occhi e sospirò forte trattenendo le lacrime. Kelly... sbattè le palpebre stancamente e si sforzò di tornare alla realtà. Non era certo così che poteva rivolgersi a lei in quel momento, anche se lo avrebbe preferito. Kelly Foster, vuoi crearmi problemi anche tu stamattina? lo sguardo che le rivolse era stanco e rassegnato, la voce gli tremava. Per un attimo sperò con tutto il cuore che vedendolo in quello stato lo sguardo di kelly si sarebbe addolcito, sperò che lei si accorgesse di quanto stava male e avesse pietà. Ma lei si limitò a richiamarlo con freddezza e si richiuse la porta alle spalle. Bradley rimase per qualche minuto immobile in mezzo al corridoio, stanco e quasi rassegnato. Poi una strana rabbia lo pervase. Raggiunse la porta del laboratorio in cui si era appena richiusa Kelly e la aprì con violenza facendola sbattere. Pensi davvero di cavartela così?

26 marzo 2014

Monito.

Le nostre foto le ho cancellate tutte.
Tutte tranne questa. Sai perchè?
Perchè in questa non si vedono i nostri volti.
Si vedono solo due ombre in contatto.
Per questo la tengo, perchè da questa foto non si capisce chi
e nemmeno quando o dove, ma si capisce che ho amato,
che ne sono stata capace, anche se ora non ci riesco più
anche se qualcuno o qualcosa mi ha tolto il piacere di amare
io ne sono stata capace.
La tengo per riuscire a sperare che un volta superata la delusione
una volta rimarginate tutte le ferite e raccolte le forze
magari riuscirò ad amare ancora. E sarà bello.

Perchè amare, amare la persona giusta, non può non esserlo.
Non può far star male, non può far soffrire.
E questa foto la tengo anche per ricordarmi come ho capito tutto questo.

23 marzo 2014

Gravity.

Something always brings me back to you.
It never takes too long.
No matter what I say or do, 
I still feel you here ’till the moment I’m gone.
You hold me without touch.
You keep me without chains.
I never wanted anything so much 
than to drown in your love and not feel your rain.
Set me free, leave me be. 

I don’t want to fall another moment into your gravity.
Here I am and I stand so tall, just the way I’m supposed to be.
But you’re on to me and all over me.
You loved me ’cause I’m fragile.
When I thought that I was strong.
But you touch me for a little while and all my fragile strength is gone.

La stanza era quasi totalmente buia, gli oggetti si riuscivano vagamente a distinguere solo grazie alle ombre confuse che la fredda e debole luce di quella griga mattina londinese proiettava facendosi strada fra le sottili fessure delle persiane chiuse. Bradley quella mattina nemmeno aveva avuto la forza di aprirle, ne tantomeno di accendere la luce. Il rumore trapanante della sveglia non era servito a nulla se non a segnare il confine fra quella notte passata insonne e la nuove giornata che stava per cominciare. Il poliziotto non si era nemmeno svestito la sera prima, aveva pigramente sfilato le scarpe lasciando che cadessero disordinatamente ai piedi del letto e poi ci si era buttato sopra come un corpo morto. Era rimasto così tutta la notte a fissare il buio, la testa dolorante sul cuscino, il silenzio assordante della sua casa vuota attorno. Non era riuscito a piangere, non era riuscito nemmeno a pensare o ad essere preoccupato per il futuro. Quella notizia, quel "positivo" seguito da un "rilevate malignità" sul referto dell'ospedale se l'era immaginato da tempo, in un certo senso lo aveva aspettato, era stato un sollievo. Leggendo quelle parole aveva solo pensato che avrebbe potuto smettere di tormentarsi, di fare ipotesi e congetture per poi confutarle tutte carcando di rassicurare se stesso, di pensare che non era niente, che era solo suggestione. Ora era finita, quelle parole avevano cancellato tutti i dubbi. Durante quella notte, in quei rari momenti in cui stava per prendere sonno quei dubbi per un attimo erano tornati ad assalirlo, ogni volta lui aveva ripreso conoscenza di scatto sforzandosi di rimanere nella realtà. Era finita, davvero. Al suono della sveglia Bradley scivolò fuori dal letto pigramente, si svestì e senza nemmeno accentede la luce raggiunse a tendoni la doccia. La aprì e si gettò sotto l'acqua gelida che stranamente nemmeno lo fece rabbrividire. Si sedette e si rannicchiò in un angolo, stringendo le ginocchia al petto, lasciando che l'acqua gli cadesse addosso e le gocce trasparenti scivolassero lentamente sulla sua pelle delineando i contorni del suo corpo, quel corpo con cui aveva combattuto una vita, prima odiandolo, poi usandolo, svendendolo, ferendolo e maltrattandolo nella sua professione. Il corpo che tante persone avevano bramato e desiderato, ma mai lui. Lui l'aveva sempre sentito ostile, inadatto. Rimase li immobile cercando di calmarsi ascoltando il rumore della doccia finchè l'acqua non si fece così bollente da fargli male. Spense il getto e rimase rannicchiato in quella posizione finchè non cominciò a tremare. Essere in ritardo era l'ultimo dei suoi problemi quella mattina. Si vestì con più cura del solito, scelse il suo vestito preferito, giacca e cravatta nera, camicia grigia, tutto stirato in modo impeccabile, scarpe di vernice eleganti. Sulla soglia di casa sistemò la sua calibro nove d'ordinanza nella fondina che portava sotto la giacca vicino al costato, allacciò i bottoni con cura e si appuntò il distintivo sulla tasca sinistra, vicino al cuore. Compiva quel gensto ogni giorno da almeno dieci anni, ma lo fece volontariamente con un certa solennità fissando la sua immagine riflessa nello specchio. Lo sguardo gli cadde sulla piccola scatola rossa che era poggiata sulla mensola alle sue spalle, di solito non la notava mai perchè usciva di fretta. Si voltò e l'aprì, la sua fede nunziale era rimasta li dentro dalla sera in cui Isobel era morta. Il poliziotto la estrasse lentamente e se la mise al dito rabbrividendo. Il pensiero della morte di lei lo pervase con una tale violenza da farlo smettere di respirare, come se in quella scatola assieme a quell'anello dorato lui avesse riposto anche il suo dolore. Osservò per un attimo la sua mano che indossava quell'anello, la mano che aveva osservato per dieci anni e che invece negli ultimi sei si era sforzato di dimenticare. Si sfilò la fede con riluttanza e la ripose nella scatola tremando.

Il viaggio in metro gli era sembrato più lungo del solito. Durante il tragitto aveva composto un messaggio sul cellulare Ti devo parlare di una cosa, aveva selezionato un paio di destinatari ma poi aveva cancellato tutto. Quelle persone molto probabilmente non erano davvero interessate ad ascoltarlo. Per il resto del percorso era rimasto immobile cullato dal ritmico pacato rumore delle rotaie ad osservare il vorticoso scorrere del cemento al di la dei finestrini del treno. Si era sentito solo tante volte in vita sua ma mai come in quel momento.

16 marzo 2014

Che senso abbiamo noi?

Lo avresti mai detto? Cerco la mia rabbia.

Passi mezza vita a cercare di far pace con il mondo e poi capisci che è proprio la pace che ti frega. E lo capisci quando tutto si assopisce, il desiderio di vendetta, la motivazione per cui volevi attuarla, tutto si sbiadisce, sembra stupido, irraziona, infantile. Ti ritrovi gradualmente ad accettare tutto, a non avercela più con nessuno, ad aver quasi smarrito tutta la rabbia. E ti ritrovi  come Zenigata quando cattura Lupin, senza uno scopo. Ti guardi attorno e capisci che non c'è più rabbia a cui aggrapparsi, ci sei solo tu e la forza che ti manca, la forza per andare oltre la rabbia. E allora la cerchi, la rivorresti indietro con tutte le tue forze, perchè quella forza era lei.

Volevo riuscire a ruggire solo perchè tu mi sentissi. 
Ed ora che ce lo fatta tu sei sordo.