28 luglio 2014

Non ti ricordi di noi?

La stanza era buia ad eccezione di una lampada dalla luce fredda puntata direttamente sulla scrivania che creava un cono più chiaro attorno all'uomo che ci era seduto davanti e ai fogli che stava minuziosamente riesaminando. Le sue dita scorrevano silenziose sulle parole stampate cercando morbosamente una traccia, un qualsiasi appiglio che potesse aiutarlo a togliersi dalla situazione di stallo in cui si trovava da settimane con quel caso. La carta era ormai sgualcita e aveva delle piccole fossette nelle zone in cui l'uomo aveva esitato con le dita per leggere con più attenzione, sempre le stesse frasi, sempre allo stesso punto. Le parole in quelle righe stampate si erano sbavate a furia di essere ripercorse, rilette, rimuginate. Nulla. Bradley chiuse di quasi di scatto il fascicolo spazientito, aveva raggiunto il suo limite, come ogni sera. Si passò vigorosamente una mano tremante sulla fronte sospirando. Cosa diavolo gli sfuggiva? Cosa? Perché il suo intuito lo tradiva proprio in quel momento? Aveva forse davvero prerso la lucidità come mille volte gli aveva ripetuto Holstein? No, non poteva essere, lui era lucido, lo era, era ancora in grado di fare il suo lavoro. Doveva esserlo, almeno fino alla chiusura del caso Scott. Era troppo importante per lui. Dannazione! bisbigliò a denti stretti spattendo violentemente il pugno sul fascicolo. Il rumore che rimbombò nella stanza lo scosse fino a risvegliarlo da quella specie di stato di trans in cui piombava quando si concentrava troppo sul suo lavoro. Si allontanò dalla scrivania facendo scorrere indietro la sedia, poi lentamente si alzò in piedi respirando profondamente e si mise vicino alla finestra a scrutare la pioggia che colpiva i vetri. Di scatto la porta si aprì alle sue spalle. Holtstein entrò quasi di corsa nell'ufficio e dovette esitare un attimo guardandosi attorno per abituarsi al buio della stanza prima di riuscire a scorgere la figura scura di Bradley avvolta nel suo completo nero elegante che si era allontanata dall'unica fonte di luce della stanza. Stai bene? Chiese Holtstein quasi trafelato. Bradley si voltò verso di lui lentamente, lo sguardo inespressivo perso nel buio. Ma certo. Disse pacatamente Perchè? Cosa pensavi? Che quel rumore fosse lo scoppio di un proiettile che mi ero appena sparato in testa? Holstein incrociò lo sguardo di Bradley, ora lo stava stranamente guardando con aria di sfida. Non scherzare su questo. Disse con voce seria, quasi di rimprovero. Lo sai che sono preoccupato per te. Ne abbiamo già parlato. Bradley si cinse le spalle e si voltò di nuovo lentamente verso la finestra. Abbiamo anche già parlato del fatto che non ti devi preoccupare, ho tutto sotto controllo. Holstein sospirò e lo guardò con apprensione. Davvero? Beh a me non sembra. Sei sempre stato ossessionato ai limiti del maniacale dal tuo lavoro ma almeno finchè c'era Kelly Foster avevi un motivo per uscire di qui almeno per un po' ora...ogni santo giorno io vengo al lavoro e ti trovo qui, a qualsiasi ora io arrivi sei sempre qui, sempre impeccabile con uno di quei dannati vestiti eleganti, sempre chiuso in questo ufficio che non ti degni nemmeno di illuminare a dovere! Quasi in un impeto d'ira Holstein si voltò verso la porta e tirò un pugno all'interruttore della luce. I neon dell'ufficio si accesero timidamente inondando la stanza di una luce fredda intermittente che ci mise un paio di minuti a stabilizzarsi. Il poliziotto socchiuse gli occhi infastidito e lanciò un'occhiataccia a Holstein. Cosa diavolo hai Bradley? Cosa ti ossessiona fino a questo punto? Lo capisci che non è normale? Non mangi, non dormi, non vedi nessuno da settimane! Tu non hai proprio per nulla il controllo della situazione! Bradley si voltò calmo e si rimise compostamente a sedere alla scrivania. Hai finito? disse pacato. Il tuo blaterare non fa che peggiorare il mio mal di testa. Holstein sospirò rassegnato e si mise a sedere alla scrivania di fronte al poliziotto. Greg per favore. Il suo sguardo apprensivo cercava di incrociare nel buio quello di Bradley ma l'uomo era intento a riordinare le sue carte. Le impilò tutte con cura e se le mise sotto braccio alzandosi in piedi. Dove stai andando? La voce dell'uomo era rassegnata e preoccupata al contempo. Ho un appuntamento. La stanza rimase silenziosa finché Bradley non si fu messo il soprabito e fu pronto per uscire. Non provare mai più a chiamarmi così. La porta batté bruscamente alle spalle di Holstein.

Nota: era da tanto tempo che per impegni vari avevo abbandonato Bradley. Ieri ero ispirata e è uscito questo...spero vi piaccia. Un saluto a tutti ;)

17 luglio 2014

Cambiare.

Ho sempre detestato le false modestie, quindi lo dico senza problemi, mi sono sempre ritenuta una persona mediamente intelligente, dalla mente più aperta della maggior parte delle persone, con un buon intuito e buone capacità nel relazionarsi con la gente. Sono ambiziosa, e anche questo a mio parere non è un male, metto tanta passione nelle cose che faccio, ma solo se quello che faccio mi appaga, mi entusiasma, mi prende a tal punto da non riuscire a dormire. E questo va già meno bene. Perché ogni volta che mi ritrovo ad affrontare qualcosa che non mi entusiasma ma che devo fare per dovere magari la faccio anche, ci arrivo in fondo più che dignitosamente, ma nel frattempo piombo nella più totale e schifosa apatia. E dato che non è così banale fare soltanto quello che mi entusiasma, anzi impossibile visto che la mia indole mi porta a stancarmi e annoiarmi inesorabilmente di tutto dopo poco tempo, la condizione di apatia e noia è la più stabile e duratura sensazione che provo.  La sensazione che mi fa sentire inadatta, frivola e patetica. Perché non riesco a prendere un impegno serio e a portarlo a termine con passione fino alla fine, o lo mollo a metà o lo finisco di mala voglia. E questo è il mio più grande difetto. E nonostante io cerchi di fare sempre e solo cose varie e sempre diverse, cose stimolanti piene di diverse possibilità, prima o poi ci ricado, finisco sempre per annoiarmi, per fare le cose per dovere e non perché mi piacciono. E io così vivo male, tutto comincia a starmi stretto e vorrei solo scappare, probabilmente se non ci fossero persone che hanno investito su di me e si aspettano qualcosa lo farei. Mollerei per tentare qualcos'altro, qualcos'altro di cui stancarmi e dover ricominciare da capo ogni volta, senza conseguenze, questo sarebbe il mio mondo ideale. Provare, sbagliare, mollare tutto e ricominciare, sbagliare, mollare, riprovare e mollare di nuovo. E ricominciare, sempre daccapo, ricominciare.